La ferita nascosta

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Come ognuno di noi, anche le bambole portano con sé, ben nascosta, una ferita. La loro è sempre nella testa, ben coperta dai capelli. La questione può sembrare che abbia aspetti esclusivamente pratici, ma non è così semplice. Non so se lo sapete, ma la testa di una bambola è composta da due parti: il sottotesta e “la pelle”. Una volta data la forma alla testa grazie a tanta bella lana profumata, a un sottile tubo di garza e a lunghi fili di lino molto resistenti, si prepara una specie di tasca con il jersey color pelle e si infila il sottotesta lì dentro. In una tasca chiusa in basso e aperta in alto. L’apertura, naturalmente deve essere cucita. Logico, no? Eppure no! Qualcosa mi sfugge, se no non sarei qui a quest’ora di notta a scrivere un post su questo argomento.

Il “cranio di lana” che va dentro, grosso modo, è sempre lo stesso, la tasca viene creata apposta per contenere quel sottotesta eppure, ogni volta, nonostante il numero e la qualità dei fattori rimanga invariato, il risultato cambia. Sempre. Una volta cucita la tasca, la chiusura, la sutura, la cicatrice è sempre diversa. Non c’è una bambola che abbia una chiusura uguale a un’altra. Specifico: non sono io che decido questa forma. La stoffa, naturalmente, non deve fare pieghe sulla faccia e per ottenere questo risultato devo assolutamente seguire il suo andamento. Assecondarla. Alcune hanno scelto una chiusura in tutto e per tutto simile alla “fontanella” dei neonati. Altre, invece, hanno preferito cuciture più lunghe e articolate, ampie, frastagliate come la linea di una scogliera sull’Oceano. I capelli coprono tutto, naturalmente, e questa ferita che nasce insieme alla bambola rimane nascosta. Come tutte le ferite importanti, quelle che nascono con noi o che ci fanno nascere nuovi in qualche aspetto. Quelle che determinano un cambiamento, quelle che popolano i ricordi e i pensieri notturni. Quelle che lasciamo respirare nelle giornate di vento col mare che si agita e spumeggia nei nostri occhi. Quelle là. Ognuno ha le sue. E le custodisce sotto qualcosa, spero (come le mie bambole) sotto qualcosa di morbido e colorato, che tiene caldo e fa passare il male. Per crescere. Senza dover troppo soffrire.

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Il colore segreto

Da dove si comincia, quando si decide di fare una bambola? La scelta  più facile è quella di cominciare dal corpo, così poi si modella la testa con le giuste proporzioni. Ma la scelta più facile quasi mai è quella che ha più senso. La testa è la prima cosa che si comincia a formare nell’embrione, la testa è la prima parte del nostro corpo che prende la spinta per crescere. E così faccio anche io, tutto comincia dalla testa, è lì dentro che si cattura l’essenza della bambola. E’ lì che si sprigiona la sua energia particolare.

Abbiamo capito qual è l’inizio. Ma la testa, da dove si comincia? Da un segreto. Al centro della testa c’è un gomitolino di lana, un nocciolo duro, la radice che la collega al bambino. Il colore di questa lana è la luce che mettiamo dentro la bambola, l’augurio, la strada sulla quale immettiamo la piccola creatura nel mondo. La prima cosa da scegliere è il colore di questo gomitolo segreto.

La luce e il candore del bianco.

Il calore del rosso.

L’energia spirituale dell’arancione.

La calma fresca dell’azzurro.

La gioia speranzosa del verde.

Questo segreto determina la spinta della bambola nella sua specifica direzione. Ne determina l’espressione. Ne calibra la forza. Se il grembiule della bambolaia è lo scudo, il colore segreto è la lancia. Così equipaggite, le bamboline sono pronte ad affrontare il mondo. Accanto al bimbo che viene loro affidato.

Tanto orgoglio e (al momento) nessun pregiudizio

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Ieri ho accompagnato la mia bimba più grande dal fisiatra per controllare i progressi dei suoi piedini piatti, più simpaticamente definiti piedini paperini. Lei, per fortuna, non è una bimba abituata a vedere medici, e quindi quelle rare volte, per lei (e non solo) rappresentano un evento. Era lì tutta bella infiocchettata, pronta per uscire, quando si pone il problema della bambola che l’avrebbe accompagnata in questa avventura. La scelta è ricaduta sulla Sophie. Vestila, cappello cappotto sciarpa e via di corsa in macchina. Per tutto il tempo l’ho osservata bene, mandava avanti sempre la sua bambola, avvicinava le persone tramite la sua bimba di lana. Quando voleva farsi notare da un’infermiera, da una segretaria o da un’altra persona in attesa, si avvicinava con uno dei suoi mezzi sorrisi sognanti e mostrava la bambola. E giù complimenti e subito si creava il collegamento, un ponte tra sé e un mondo che non conosceva e la spaventava un po’. Dopo la fase “complimenti” scattava la fase due: “me l’ha fatta la mia mamma!”. Vedere mia figlia orgogliosa di me e di quello che faccio è una cosa di un valore inestimabile. E io sono stata follemente orgogliosa di lei, di come sia capace di aprirsi un varco nel mondo , con delicatezza e determinazione. Orgogliosa di lei e delle mie bambole, che la sostengono e l’aiutano a vincere la ritrosia, che le infondono fiducia nel mondo e nella gente che lo abita, piccole ambasciatrici dei bambini nel complicato mondo degli adulti.

Il grembiule della bambolaia

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Fare bambole non è un’attività di quelle del tipo che si fanno nei cinque minuti liberi che ti rimangono dopo aver lavato i piatti e prima di mettersi al volo la giacca e correre a prendere le bambine a scuola. Quel tempo lì, non basta neanche per infilare le braccia nel grembiule della bambolaia. Eh sì. Proprio di questo parlerò in questo post. Del mio grembiule. Di solito, questo bellissimo indumento si usa per cucinare, o per fare uno di quei lavori o di quelle attività in cui è facilissimo sporcarsi. O hai i vestiti vecchi apposta per quei lavori, o ti metti un bel grembiule. Ma fare le bambole non è un’attività in cui ci si sporca, dirai tu, cara lettrice imperterrita e fedele che segui i miei deliri bamboleschi e digitali. E hai ragione, tutta la ragione del mondo. La lana non sporca, la stoffa è nuova e pulita e anche i calzini, con cui ogni tanto confeziono le magliette delle mie pupe sono nuovi di zecca. 🙂 E allora, a che serve un grembiule?

Il grembiule della bambolaia, l’hai già capito mia cara amica che mi leggi, è un indumento speciale. Protegge la bambola, non me. E’ un grembiule metafisico, spirituale. È uno stato d’animo. La lana sta alla bambola come l’acqua sta a noi. Quasi tutta lana. La lana è fatta di fibre, sottili, ramificate, come piccole antenne che captano e soprattutto trattengono. Per questo motivo, nella fitta ragnatela delle fibre di lana bisogna intrappolare luce e gioia ed energia. Colori. Sorrisi. Entusiasmo. Questo la bambola deve portare alla sua piccola mamma. Non ci sono solo le cuciture, da rinforzare, gambe e braccia da rendere forti e salde, guanciotte da rendere toniche e sane, e pancini da modellare rotondi. L’imbottitura della bambola non dipende solo dalla lana. I pensieri che guidano le mani imbottiscono la bambola. La musica. Il ritmo della vita le colora i capelli e le fa brillare lo sguardo. Indossare il grembiule e trattenere la fatica della vita e i pensieri grigi della vita quotidiana nelle sue tasche: è questo uno dei primi e sacrosanti doveri di una brava bambolaia. Indossare il grembiule e cantare mentre si lavora.

Lasciar andare

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Questa mattina sono stata in Posta, con un Pupino impacchettato in una mano e un foglietto con appuntato sopra un indirizzo nell’altra. Un Pupino da mandare a destinazione, in quella che sarà la sua casa, da oggi in poi. Ecco, questo per me è il momento più difficile. Sistemare il sacchetto, chiuderci dentro la bambola e decidere di lasciarla andare. Quel viaggio da soli, chiusi in un pacco e sballottolati qui e là da mani inconsapevoli e frettolose mi impensierisce. Spero sempre che arrivino presto e che presto vengano accolti bene nell’altra casa.

Non è così semplice aprire le mani e lasciar andare, pensare che saranno felici anche fuori di te. Ogni tanto mi metto a guardare le foto, che ormai sono tante, delle mie piccole creaturine in giro per il mondo. A volte ricevo notizie o foto, che mi rallegrano e mi riempiono il cuore.

Ma la nostalgia poi, viene lasciata andare anche quella e al suo posto sopravviene un nuovo progetto, una nuova richiesta, una nuova storia che qualche mamma o qualche bimbo mi suggeriscono. E via, che si va, con entusiasmo e cura. La mente immagina e le mani seguono il ritmo del pensiero e una nuova bambola nasce. E anche quella piccola nuova nata diventerà una foto per il mio album e partirà anche quella, perché la vita deve circolare e tutto deve scorrere, perché non si riceve niente se non si lascia andare qualcosa.

Buon viaggio, Pupino!

Buon viaggio, Pupino!

Bambole e farfalle

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La parola “bambola” in latino si dice “pupa” (come in dialetto salentino!) e in tedesco Puppe: questo termine ha un grandissimo significato simbolico. Da ogni bambola, o pupa, può nascere una farfalla, purché noi le doniamo la vita.

Beh non pensate che io mi senta una specie di dea che soffia sulle bambole e loro cominciano a fare risatine compiaciute. No no, non sono quel genere di persona. Però sono convinta di questo: se quella bambola che hai in mano, “Bambola?! Ma vedo solo un mucchio di lana e quadratini di stoffa!” Quella che è già una bambola, dicevo, ancor prima di tirare fuori la stoffa e sistemarci sopra il cartamodello, già solo l’idea di quella bambola, se tu non la ami non sarà bella. E non sembrerà restituirti lo sguardo. E non sembrerà illuminarsi davanti al tuo sorriso.

Come i bambini, anche la bambole hanno bisogno di passarci del tempo insieme, di essere modellate con le carezze, di essere lasciate libere di prendere la strada e di formarsi e diventare compiute come più piace a loro. Ognuno dovrebbe poter scegliere la sua strada. Ogni bambino, ogni persona, ogni piccola pupa, deve poter scegliere la sue ali da farfalla per sorvolare le vie del mondo.