Accettami per davvero. La lezione di Shin.

In un soleggiato venerdì mattina, una donna molto speciale, molto in alto nella scala della mia stima, mi raccontava una storia e mi chiedevo di riporla nel morbido scrigno di una bambola. Mentre la conversazione scorreva, facile, delicata, frizzante, intensa, l’immagine di questa bambola mi si componeva davanti agli occhi, mi sembrava già di vederla. Una bambola con gli occhi del Sol Levante, per una bimba piccolina. Sembrava tutto così chiaro e terso: una prima bambola, morbida, con capigliatura fissa, il colorito così, gli occhi colà, i codini tondi, come due cioccolatini in bilico sulla testa…
Difficilmente quando comincio ho le idee così chiare, era una novità per me, che non sono certo un’esperta del mestiere, ma ormai un piccolo bagaglio di esperienza posso dire di averlo confezionato. E proprio in questa chiarezza di visione stava la lezione di Shin.
Perché lei, fin dal primo momento, non ne voleva proprio sapere di assomigliare a quella famosa immagine, che così nitida e chiara mi era balenata davanti agli occhi della mente, in quella luminosa mattina.
A cominciare dal colore. Mi sembrava scontato usare un rosa intenso per una bimba che io vedevo come un fior di loto in mezzo a un lago. E invece no, la donna che mi ha affidato la storia era attirata da un verde mela pieno di pois, che ha cominciato a mettermi in difficoltà. E da lì, è cominciato un percorso che si preannunciava tortuoso. Nulla di quello che realizzavo assomigliava a quello che secondo me “doveva essere”. Quando succede così, quando una bambola “non viene”, “non collabora”, allora so che è proprio lì che si nasconde una lezione. Allora, mi sono fermata ed ho fatto silenzio e attenzione.
Quando ho smesso di affaccendarmi introno a lei, di chiedermi che cosa non andasse, perché non venisse, allora forse l’ho guardata davvero come se la vedessi per la prima volta. Ho visto lei, proprio lei, così com’era e non come io la immaginavo o come avrei voluto che fosse. Shin mi diceva: guardami come sono, io sono così, non come vuoi farmi tu. Non per questo era meno bella.
Shin parla dell’accettazione. Accettare qualcuno, qualcosa, di sé stessi e degli altri, lasciando andare le aspettative, e rimanere sorpresi! Mi chiedeva se ero pronta ad accoglierla senza desiderare che fosse diversa.
Ho smesso di pensare e sono tornata nel mio solito sentiero, ho fatto un passo indietro ed ho lasciato fare a lei.
Shin è morbida, molto calda, ha un’espressione dolce, ma cauta. Con dolcezza e determinazione riesce a riunire elementi complementari. I bottoncini sul petto parlano di legami, di attaccamento. I capelli li preferisce raccolti in due trecce corvine, che le incorniciano il volto. Una piccola rosa nei capelli e i fiorellini che la accompagnano parlano di primavera, di fioritura, di nuovi inizi.
Si chiama Shin e shing in cinese vuol dire Stella. Un ideogramma formato da “sole” e da “nascita”. Gli stessi segni, disposti in altro modo, stanno per “compleanno”. Shin parla di una nuova nascita di una nuova vita. Di un cammino nuovo, che io auguro, con tutto il cuore, che sia sempre illuminato da una buona stella.
Grazie Shin. Avevo bisogno di questa lezione in questo momento. Non ti dimenticherò. Ti lascio andare sul tuo cammino, accanto a chi vorrà camminare con te.

Shin

Shin

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Risposte nei libri – 1

DSCN1734Un feticcio può avere aspetti decorativi e assomigliare a un animale o a una bambola. (…) Lo scopo del feticcio è guarire.

La fabbricazione di una bambola è la versione elaborata della creazione di un feticcio. E’ più complessa e ha più potere e, per le donne che stanno imparando a guarire sé stesse è un lavoro che scava nel profondo. Una bambola può incarnare i diversi aspetti di una persona e può dare forma al processo di arrivare a comprendere lati di sé che in precedenza erano invisibili o nascosti.

(Vicki Noble, Il risveglio della Dea)

Quello in cui credo

DSCN1242Quando si ha ben chiaro l’obiettivo si sa sempre dove andare. Ci sono alcuni pensieri chiave che guidano il mio ago quando lavoro alle mie bambole e voglio metterli qui, chiari, nero su bianco. Per sapere dove trovarli, se un giorno dovessi perderli.

 

Mai niente di preconfezionato.

Una mia bambola nasce per qualcuno. Una bimba o un bimbo ben preciso, con una storia e delle caratteristiche particolari. Spesso la bambola assomiglia al suo bimbo o cerca di rispecchiarne alcune caratteristiche.

Materiali naturali.

Se non so di che cosa si tratta non lo metto in mano a un bambino. I materiali devono venire dalla natura. Pura lana vergine e cotone. Tutto certificato, per essere sicura tutto sia non tossico. Per i capelli cerco di utilizzare lana tinta con erbe tintoree naturali, provenienti da agricoltura biologica.

Tutto il tempo necessario.

Non credo al tempo di qualità. La qualità è tempo. La fretta non fa bambole belle.

Bellezza.

Una bambola deve essere bella. La bambola deve essere dritta, soda, sana, colorita, colorata. Niente gobbe, niente bitorzoli, niente che cade. Niente grigio. Via la tristezza. In questo caso, la forma è sostanza.

Cura.

I dettagli sono importanti. I bambini guardano subito quello. Guarda, ha le scarpe verdi come la maglietta! Hai codini come me! Notano subito cose inimmaginabili!

Sempre meglio.

Per quanto bella e curata possa essere una bambola, non lo è mai abbastanza! Ad esempio, il prossimo passo è quello di fare l’ombelico! Del naso si può anche fare a meno, ma l’ombelico è fondamentale! 😉

Occhi e orecchie ben aperte.

Ascoltare un bambino e vederlo vivere le sue grandi avventure con la sua bambola, mi fa vedere come andare avanti, in che senso proseguire e migliorare. La bambola comincia con una storia e finisce con una storia. Ogni piccola fibra di lana è impregnata di racconti.

Emozionarsi.

E qui la chiudo, che se no comincio a piangere e ridere, come quando finisco una bambola e incontro il suo sguardo per la prima volta.

Bambole e bambini

Bambole per bambini, non bambole come bambini.

Bambole per bambini, non bambole come bambini.

Siamo pieni di bambole. Di plastica, soprattutto. Bambole in serie, tutte uguali, dure al tatto, che si sforzano di riprodurre con i loro piccolissimi e inadeguati strumenti la profonda ricchezza che rappresenta ogni bambino che viene al mondo. Come un bambino vero. L’immaginario collettivo vorrebbe che un bambino chiudesse gli occhi appena lo si mette giù. Che aprisse la bocca appena gli si avvicina un cucchiaino. Che buttasse giù qualsiasi cosa, senza fare storie o capricci. Che facesse pipì appena lo si fa sedere sul vasino. L’immaginario collettivo desidera bambini-bambole con cui giocare quando se ne ha voglia e che poi stiano lì, tranquilli, a fare i loro giochi, a dormire nel loro letto, a stare fermi e zitti, a non disturbare, insomma, questi grandi brontoloni e super impegnati, che devono stirare, che devono leggere il giornale, che devono guardare la TV. Ma insomma!

Io ho deciso di cucire bambole perché amo i bambini sovversivi. Le mie bambole stanno mute e zitte, non dicono niente. Hanno i tratti del viso appena accennati, gli occhi ricamati, un lieve sorriso. Neanche il naso, hanno! Poverette! Ma, come i bambini veri, le mie bambole non chiudono mai gli occhi, vogliono partecipare alla vita, sono calde e pesanti, e se le abbracci, la lana di cui sono piene si scalda e ti regala benessere. Loro tacciono per far parlare il bambino. Loro non sono come bambini veri, ma sono per i bambini veri. E magari anche per le mamme o i papà che hanno voglia di mettersi un po’ in gioco e buttarsi sul tappeto e provare a volare le vertiginose altezze che può raggiungere ogni bimbo che gioca. Sovversivi anch’essi, come i figli che hanno messo al mondo.