Una particolare forma di meditazione

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Capitemi. Non credo che spiritualità abbia niente a che fare con la religione. Non sono una persona religiosa, non mi piace nessuna religione. Ma non riesco a rinunciare ad una dimensione spirituale nella mia vita. O, ancora meglio, nelle mie giornate. La mia dimensione spirituale è una cosa paradossalmente molto concreta, con degli ingredienti precisi e facilmente riconoscibili. Dentro c’è: tempo per me sola e qualcosa di bello da fare. Naturalmente, il telefono tace, il computer è spento. La musica invece, non credo che sia un elemento che rompa il silenzio. Aiuta, invece, a creare il silenzio nei pensieri. Culla e addormenta le tante (troppe) voci interiori non sempre gradite e gradevoli. E poi viene l’idea e le mani trovano il ritmo. Il tempo si ferma. La mente dorme accucciata sotto una copertina morbida. Ci spalancano le porte della mia anima e tutto viene invaso dalla fantasia, dai colori, dai pensieri robusti e salutari, dai ricordi belli. Il tempo che scorre fa lo stesso rumore dello scroscio di una corrente cristallina. Il respiro si fa largo e profondo. Non c’entra il lavoro, non c’entra il fare. Entrano in gioco il ricevere, le energie sottili, la liberazione, come una risata che ti scuote la pancia e ti lascia più leggera e col fiato corto. E alla fine di tutto rimane una bambola che ti guarda e ti sorride e partecipa della gioia e dell’armonia. Perciò, cara gente che continui a dire che è tempo di smettere di perdere il sonno dietro le bambole io rispondo che proprio no, non ne ho nessuna intenzione. Anzi.

Ovvio! Meglio la mamma!

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Ci tengo a precisare una cosa per me importantissima, parte integrante della mia identità non solo di bambolaia, ma di donna e di mamma. Non mi piacciono gli oggetti transizionali, e se qualcuno dovesse pensare che l’intenzione dei miei Pupini sia quella di dotare un cucciolo uomo di un oggetto di questo tipo, sappia che no, non è la mia intenzione.

Per chi non mastica tutti i giorni pane e pedagogia, ecco l’ottima definizione di Wikipedia del significato di queste parole oscure: Nello sviluppo infantile umano, un oggetto transizionale è un qualcosa, solitamente un oggetto fisico, che prende il posto del legame madre-figlio. Gli esempi più comuni includono bambole, orsacchiotti o coperte.

È un concetto introdotto da un pediatra e psicoanalista, Donald Winnicott che, per tantissimi altri versi mi piace molto! Anzi, moltissimo!

Torniamo a noi: un oggetto transizionale è quella bambolina, orsacchiotto, copertina di cui alcuni bambini non possono fare più a meno. Sarebbe una specie di “mamma sostitutiva” quando mamma non c’è. Leggo troppo spesso, vicino a una foto di un pupazzetto morbidoso adatto a bimbi molto piccoli, che sarà un ottimo compagno di gioco per il piccolo. Questo discorso mi va bene, ma solo dopo un tot di mesi, meglio un anno, dai. Alla fine dell’esogestazione, un bambino ha piacere di interagire con oggetti e col mondo, ma sempre attraverso e insieme alla mamma. O comunque a una persona umana che gli vuole bene.

Quindi a quel punto ben vengano le bamboline, copertine e tutto il resto (gli strumenti musicali fatti in casa, i sassi, le conchiglie, i fiori e i mestoli di legno… J ).

Nessuno però pensi che esistano magici oggetti in grado di far rimanere un bambino sereno e tranquillo, da solo, nella sua culletta. Mentre la mamma può fare altro. Un bambino piccolo non sa “intrattenersi da solo”, non “si annoia” e quindi un pupazzetto non può rompere la sua noia e intrattenerlo e farlo felice.

A me piacciono i bimbi portati addosso, che partecipano alla vita familiare. E quindi? Perché faccio i Pupini? Premetto che più che farli, a me piace insegnare a farli o farli insieme alla mamma. Mi piace che siano le mamme a cucirlo, comporlo, modellarlo, dargli il primo bacio, incontrare il suo sguardo per la prima volta. Ma se questo non è possibile, cerco di trascorrere del tempo con la mamma, tempo da dedicare all’immaginazione. Che, in parole povere, significa incontrare il proprio bimbo, come succede nei sogni, nel fantasticare ad occhi aperti. Serve a raccogliere intenzioni e benedizioni e canalizzarne l’energia in un oggetto che possa conservarla e ricordarla, in momenti successivi, di grande gioia o di grande fatica.

Il Pupino è un “luogo” speciale in cui incontrare la creatura che sta arrivando. Conoscerlo e interagire con lui prima che nasca. E’ lo stesso essere, la stessa creatura che stringeremo tra le braccia prima o poi.

Ma io mi chiedo: perché un bambino dovrebbe preferire un oggetto al legame madre-figlio? I bambini preferiscono la mamma, per il semplice motivo che è meglio la mamma, il suo tiepido seno, le sue tenere braccia. Non c’è oggetto stupendo o copertina meravigliosa, che possano degnamente sostituirla. Ecco il senso dei miei Pupini. Passiamo del tempo a incontrare i bambini che portiamo nel mondo. Conosciamoli da prima che nascano.

Un bambino, per quanto piccolo, non può essere ingannato. Sa benissimo che un pupazzetto, anche se odora di mamma, non è la mamma! Con buona pace dell’ottimo messer Winnicott.

La ferita nascosta

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Come ognuno di noi, anche le bambole portano con sé, ben nascosta, una ferita. La loro è sempre nella testa, ben coperta dai capelli. La questione può sembrare che abbia aspetti esclusivamente pratici, ma non è così semplice. Non so se lo sapete, ma la testa di una bambola è composta da due parti: il sottotesta e “la pelle”. Una volta data la forma alla testa grazie a tanta bella lana profumata, a un sottile tubo di garza e a lunghi fili di lino molto resistenti, si prepara una specie di tasca con il jersey color pelle e si infila il sottotesta lì dentro. In una tasca chiusa in basso e aperta in alto. L’apertura, naturalmente deve essere cucita. Logico, no? Eppure no! Qualcosa mi sfugge, se no non sarei qui a quest’ora di notta a scrivere un post su questo argomento.

Il “cranio di lana” che va dentro, grosso modo, è sempre lo stesso, la tasca viene creata apposta per contenere quel sottotesta eppure, ogni volta, nonostante il numero e la qualità dei fattori rimanga invariato, il risultato cambia. Sempre. Una volta cucita la tasca, la chiusura, la sutura, la cicatrice è sempre diversa. Non c’è una bambola che abbia una chiusura uguale a un’altra. Specifico: non sono io che decido questa forma. La stoffa, naturalmente, non deve fare pieghe sulla faccia e per ottenere questo risultato devo assolutamente seguire il suo andamento. Assecondarla. Alcune hanno scelto una chiusura in tutto e per tutto simile alla “fontanella” dei neonati. Altre, invece, hanno preferito cuciture più lunghe e articolate, ampie, frastagliate come la linea di una scogliera sull’Oceano. I capelli coprono tutto, naturalmente, e questa ferita che nasce insieme alla bambola rimane nascosta. Come tutte le ferite importanti, quelle che nascono con noi o che ci fanno nascere nuovi in qualche aspetto. Quelle che determinano un cambiamento, quelle che popolano i ricordi e i pensieri notturni. Quelle che lasciamo respirare nelle giornate di vento col mare che si agita e spumeggia nei nostri occhi. Quelle là. Ognuno ha le sue. E le custodisce sotto qualcosa, spero (come le mie bambole) sotto qualcosa di morbido e colorato, che tiene caldo e fa passare il male. Per crescere. Senza dover troppo soffrire.

Tanto orgoglio e (al momento) nessun pregiudizio

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Ieri ho accompagnato la mia bimba più grande dal fisiatra per controllare i progressi dei suoi piedini piatti, più simpaticamente definiti piedini paperini. Lei, per fortuna, non è una bimba abituata a vedere medici, e quindi quelle rare volte, per lei (e non solo) rappresentano un evento. Era lì tutta bella infiocchettata, pronta per uscire, quando si pone il problema della bambola che l’avrebbe accompagnata in questa avventura. La scelta è ricaduta sulla Sophie. Vestila, cappello cappotto sciarpa e via di corsa in macchina. Per tutto il tempo l’ho osservata bene, mandava avanti sempre la sua bambola, avvicinava le persone tramite la sua bimba di lana. Quando voleva farsi notare da un’infermiera, da una segretaria o da un’altra persona in attesa, si avvicinava con uno dei suoi mezzi sorrisi sognanti e mostrava la bambola. E giù complimenti e subito si creava il collegamento, un ponte tra sé e un mondo che non conosceva e la spaventava un po’. Dopo la fase “complimenti” scattava la fase due: “me l’ha fatta la mia mamma!”. Vedere mia figlia orgogliosa di me e di quello che faccio è una cosa di un valore inestimabile. E io sono stata follemente orgogliosa di lei, di come sia capace di aprirsi un varco nel mondo , con delicatezza e determinazione. Orgogliosa di lei e delle mie bambole, che la sostengono e l’aiutano a vincere la ritrosia, che le infondono fiducia nel mondo e nella gente che lo abita, piccole ambasciatrici dei bambini nel complicato mondo degli adulti.

Avere un’idea e inseguirla a tutti i costi

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Come tantissime cose belle e sorprendenti, anche questa avventura è cominciata “per caso”. Sono una mamma, un po’ girovaga e giramondo. Una donna di quelle che ha sempre lavorato e che è bastata a sé stessa. Poi sono arrivate le mie bellissime bimbe, nate entrambe a Trieste. E poi ci si è messa in mezzo la vita, che spesso, ha molta più fantasia di noi. Per diversi motivi, mi sono trovata a vivere a Reggio Emilia, con la famiglia riunita, ma senza un lavoro. E due bambine molto piccole da gestire senza aiuti. E poi la crisi. Ma io con le mani in mano non riesco proprio a stare e allora, per riempire le lunghe serate che altrimenti avrei passato appiccicata al computer, ho cominciato a cucire bambole waldorf. Le prime due per le mie bimbe. E poi loro le portavano  all’asilo, perché sono diventate subito inseparabili. E poi qualche mamma ha cominciato a chiedere. E così, pian piano, le cose hanno preso a muoversi da sole. E nella mia mente, si è affacciata la parola “bambolaia”. Le mie bambole sono fatte di materiali naturali (lana e cotone), sono calde e un po’ rustiche. Sono un omaggio a quelle bambole di pezza che le mamme e le nonne di un tempo realizzavano per figlie e nipotine.

Ogni creaturina di lana nasce per un bambino e cerca di assomigliargli o di richiamare qualche sua caratteristica. Visto che prima di ogni bambola c’è il racconto che mi viene fatto del bambino, in settembre è nato il mio progetto: Mi racconti una bambola? Ho cominciato con una pagina su Facebook (https://www.facebook.com/MiRaccontiUnaBambola), un posto in cui pubblicare le foto delle mie bambole e condividerle con le amiche e chiunque volesse dare un’occhiata. Non mi aspettavo il successo che ha riscosso, fondato semplicemente sul “passaparola” senza alcun tipo di pubblicità. Adesso sento l’esigenza di uno spazio più grande e confortevole, in cui condividere quello che c’è dietro quest’arte antica, che, più che una forma di artigianato, è una forma di meditazione.  E così, da qualche giorno Mi racconti una bambola? è sbarcato anche su WordPress (https://miraccontiunabambola.wordpress.com/). Dove mi porterà questo progetto? Al momento non lo so, ma sono curiosa di scoprirlo insieme alle mie figlie e a chi avrà il piacere di condividere con me un pezzo del cammino.

Bambole e farfalle

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La parola “bambola” in latino si dice “pupa” (come in dialetto salentino!) e in tedesco Puppe: questo termine ha un grandissimo significato simbolico. Da ogni bambola, o pupa, può nascere una farfalla, purché noi le doniamo la vita.

Beh non pensate che io mi senta una specie di dea che soffia sulle bambole e loro cominciano a fare risatine compiaciute. No no, non sono quel genere di persona. Però sono convinta di questo: se quella bambola che hai in mano, “Bambola?! Ma vedo solo un mucchio di lana e quadratini di stoffa!” Quella che è già una bambola, dicevo, ancor prima di tirare fuori la stoffa e sistemarci sopra il cartamodello, già solo l’idea di quella bambola, se tu non la ami non sarà bella. E non sembrerà restituirti lo sguardo. E non sembrerà illuminarsi davanti al tuo sorriso.

Come i bambini, anche la bambole hanno bisogno di passarci del tempo insieme, di essere modellate con le carezze, di essere lasciate libere di prendere la strada e di formarsi e diventare compiute come più piace a loro. Ognuno dovrebbe poter scegliere la sua strada. Ogni bambino, ogni persona, ogni piccola pupa, deve poter scegliere la sue ali da farfalla per sorvolare le vie del mondo.